1. Le nuove difficoltà educative a scuola e in famiglia

Stiamo iniziando un viaggio affascinante con un obiettivo molto importante e nobile: trovare un modo efficace per fare scuola, per educare, per capire i reali bisogni dei bambini e dei ragazzi che frequentano le vostre scuole. Un viaggio non facile, ma possibile e doveroso poiché non sono più rimandabili le delicate questioni dell’educazione, dell’insegnamento, del rapporto educativo.
Consci del fatto che nessun intervento governativo può innescare vere e lungimiranti riforme e che accontentarsi di interventi spot e una tantum è inutile se non dannoso, vi proponiamo qui di seguito un metodo educativo innovativo che, ne siamo sicuri, costituisce la strada maestra per fare della Scuola veramente una Buona Scuola.

Questo che vi apprestate a svolgere è dunque un corso in cui vi verrà spiegato, insegnato e descritto un format educativo di nuova generazione affinché possiate promuovere, con efficacia e senza impegno supplementare, benessere a scuola.

Un corso estremamente agile, pratico e facile (non fatevi impressionare dalla lunghezza: ci sono molte cose, tanti spunti, ma non è detto che dobbiate leggere e imparare tutto. Al termine di molti capitoli, troverete delle schede che ne riassumono o integrano i contenuti. Scaricateli, studiateli e conservateli!). Al termine sarete in grado di utilizzare, all’interno delle vostre classi, tecniche, strategie e strumenti particolari (ma molto semplici) per risolvere problemi, prevenire disagio e promuovere buone relazioni.
Il modello proposto risponde all’intenso bisogno di formazione e aggiornamento di voi docenti, partendo proprio dalle mutate condizioni sociali e dalle diverse esigenze dei bambini, dei preadolescenti, degli adolescenti di oggi e delle loro famiglie che spesso, come sapete, non si pongono come vostri alleati.

Alla fine del corso sarete in grado di promuovere in classe autonomia ed autostima, motivazione e desiderio di esplorazione, senso di appartenenza e condotte cooperative, prevenendo con efficacia disagio, malessere e disadattamento.

Il corso, suddiviso in quattro moduli, tende a fornire agli insegnanti, dalla scuola dell’infanzia alle scuole secondarie di primo e secondo grado, strumenti pratici per affrontare in classe, senza interferire con l’esigenza didattica, situazioni che fino a poco tempo fa non si immaginava neppure potessero esistere o che potessero addirittura assumere le dimensioni di vere e proprie emergenze (il problema del bullismo e dell’aggressività, dell’ingestibilità di quote crescenti di bambini e ragazzi, dell’abbandono scolastico, della caduta verticale dell’attenzione e della motivazione, del rapporto sempre più difficile con le famiglie degli alunni).

D’altra parte è opinione condivisa da tutti voi che ogni anno scolastico gli alunni appaiono più svogliati, studiano meno, non hanno alcun senso di appartenenza, non rispettano nessuno, se ne infischiano di qualsiasi cosa si proponga loro.
Da molte analisi e osservazioni sistematiche effettuate negli ultimi anni, sembra proprio che tale fenomeno segua effettivamente questo trend negativo.

Tutti gli anni sembra ci sia un calo di motivazione, del livello di apprendimento, di disciplina e soprattutto di rispetto.
Aumentano invece condotte iperattive, svogliatezza, scarsa concentrazione, prepotenze e problemi di ogni genere. E, invece di pensare a risolvere i problemi attraverso vedute più ampie, fioccano immancabilmente nuove etichette diagnostiche: ce ne sono ormai così tante che è quasi impossibile ricordarsele tutte!

Cosa sta succedendo alle nuove generazioni?
A fronte di un benessere davvero notevole, apportato soprattutto dal’incredibile sviluppo della tecnologia in ogni ambito della vita quotidiana, la società ha probabilmente dovuto pagare un prezzo che si sta rivelando troppo alto.
Tecnologia, ricerca e produzione di merci hanno bisogno di lavoro, di investimenti, di impegno, soprattutto di tempo e sacrificio.
Gran parte della nostra società, negli ultimi decenni, ha dovuto subire notevoli modificazioni per poter sostenere lo sforzo di produzione e il mantenimento del livello del benessere raggiunto.
I rapporti di lavoro sono diventati più complessi (ed ora anche più precari); la struttura sociale delle aree rurali si è via via rarefatta, mentre quella delle città si è velocemente iperconcentrata fino a congestionarsi e a tagliare spazi vitali: i parchi sono diventati luoghi pericolosi, le piazze un grande, immenso parcheggio, i giardini assomigliano a discariche a cielo aperto.
Oltre allo spazio anche il tempo si è drasticamente ridotto; stress, fatica e difficoltà nei rapporti sono aumentati fino a far collassare le relazioni umane in condotte sempre più frammentate e in segmenti temporali sempre più puntiformi.
Mai nella storia dell’umanità si è assistito a cambiamenti strutturali così veloci ed imponenti in un così breve arco di tempo: sembra proprio che a fronte di tanto benessere le relazioni umane debbano purtroppo essere parcheggiate ai margini della giornata e della storia.

Il tempo per stare in casa, per parlare, giocare, riposarsi e perfino mangiare è sempre più contratto.
Si corre continuamente: sempre con l’affanno e con il fiato corto.
In questo inedito scenario i bambini, i giovani e i giovanissimi, come al solito, ci hanno rimesso di più.
Non si tratta di infanzia abbandonata in nome del progresso né di bambini immolati sull’altare del mercato. Il problema è un altro.
Secondo un’errata convinzione pedagogica ormai dilagante, i figli, addirittura prima di affacciarsi alla vita extrauterina, sono sommersi da beni di ogni genere.
Qualunque esigenza è evasa in pochi secondi; qualunque bisogno ha una risposta esauriente e immediata. Basta che il bambino pianga e tutti corrono per prenderlo in braccio e per ridurgli ogni possibile tensione psicofisica.

Durante la crescita, aumenta ancora di più il livello di saturazione di beni.
E il bambino impara presto che per soddisfare qualsiasi bisogno basta piangere, urlare o appena frignare. Lo impara così bene fino a credere di essere onnipotente: ha tutto, lo può avere subito, a volte addirittura ancor prima di desiderarlo.
Il suo impero diventa presto esclusivo ed unico, al massimo da condividere, a malincuore, con i fratelli.

Come tutti gli imperi, però, anche quello materiale e pieno di attenzione dei bambini, volge inesorabile verso il tramonto.
La seconda parte dell’infanzia infatti, coincidente generalmente con l’ingresso a scuola, si caratterizza sovente per una vorticosa caduta delle attenzioni e dell’esclusività: la mamma ricomincia a lavorare, gli impegni extrafamiliari tornano ad essere pressanti, i ritmi di lavoro estenuanti, si affacciano nella loro vita nuove figure adulte (voi insegnanti) con cui relazionarsi; improvvisamente poi aumentano molte aspettative da soddisfare.

In meno di trent’anni, mentre il periodo di sviluppo di bambini e adolescenti è aumentato a dismisura (attualmente anche a ventisei, ventotto anni si può essere considerati ancora adolescenti), il tempo, il tempo affettivo, la scansione lenta del tempo che nutre, il tempo che i genitori possono dedicare ai loro figli, si è contratto drasticamente.

Si sta creando una distanza pericolosa tra il bisogno di connessione dei figli e la disponibilità degli adulti. A colmare la distanza si sta sviluppando un diffuso e pericoloso vuoto emozionale.
I bambini ed i ragazzini vengono letteralmente “deportati” da genitori sempre più di corsa e indaffarati (dal lavoro, dalle spese, dal traffico, dai pensieri), a scuola di calcio, a danza, a pianoforte o violino, a karatè o judo. Di sera vengono sovente piazzati davanti al computer perché non c’è tempo per ascoltarli: si è troppo stanchi. Mentre si mangia poi, impera sovrano il telegiornale.

E i risultati possono essere questi:
ecco Marco, 9 anni alle prese con il Disegno della famiglia. Marco, all’epoca della realizzazione del disegno, sapeva benissimo cosa fosse una famiglia.

 

 

 

In pochi anni si sono creati dei vuoti educativi ed affettivi rilevanti.
All’interno di questi vuoti esistenziali bambini e ragazzi tentano di gestire le proprie esigenze e i propri bisogni (essenzialmente bisogni contenimento e appartenenza) prevalentemente da soli.
Molti ce la fanno. Molti altri faticano.
Alcuni si perdono: a volte gradualmente, in silenzio; a volte urlando all’improvviso il dolore e la solitudine, rendendosi ingestibili a scuola e a casa, facendo i bulli con i più deboli, cominciando, più tardi, a bere o a drogarsi, chiudendosi nell’anoressia o nella depressione, abbandonando gli studi.

Ma anche in questi casi, a volte, le famiglie continuano incredibilmente a correre e a non vedere il vuoto che riempie lentamente, ma inesorabilmente, i propri figli.
Sbattuti qua e là, deportati a forza da una palestra ad una piscina, luoghi così diversi dall’intimità della propria casa, e affidati sempre più spesso alla babysitter di turno, se non addirittura mollati, per gestirli con meno fatica, alle tante “tate elettroniche” che offre il mercato (Play, gameboy da passeggio, iPhon, iPad e tanto altro ancora), i figli si sentiranno sbrigativamente abbandonati, senza neanche saperne il motivo e senza percepire lo sbigottimento della solitudine: solo un indefinibile senso di malessere, quasi una insostenibile pesantezza del non essere da riempire a tutti i costi e a qualsiasi prezzo.

La ferita narcisistica accusata dal bambino inevitabilmente verrà portata da lui a scuola, recuperandola spesso attraverso una buona socializzazione con i pari e un rispecchiamento positivo con le nuove figure adulte di riferimento; oppure aumentando la rabbia, il dolore, l’inibizione e la paura se non riesce a intercettare surrogati affettivi adeguati per accedere a relazioni nutrienti (avete capito quanto siete importanti? Talvolta addirittura decisivi?).

Da imperatori incontrastati, molti bambini si percepiscono ad un tratto ingombranti, di peso, quasi di troppo al confronto dell’incedere caotico e frenetico dei genitori, tutti presi dal misterioso mondo del lavoro e di chi sa cos’altro ancora.
La saturazione di merci e beni offerta dai genitori, quasi a lenire il senso di colpa, tuttavia continua: al figlio continua a dare l’illusione di essere a capo di un impero e favorisce l’onnipotenza. Un impero ed un’onnipotenza talmente illusori però (perché costituiti prevalentemente di merci e gadget da consumare) da frantumarsi alle prime vere frustrazioni.
E le frustrazioni sono destinate ad arrivare presto.

Forse nel passato la scarsità di beni materiali e la mancanza di tante opportunità induceva i bambini a inventare, a esplorare, a costruire, a fantasticare e a desiderare.
Attraverso l’esercizio di queste competenze, oggi inibite dalla saturazione dei livelli di gratificazione e dall’eccessiva programmazione dei tempi e delle attività dei bambini, da un lato i figli di un tempo evitavano la formazione di sentimenti di onnipotenza e dall’altro erano in grado di percepire con più competenza le inevitabili frustrazioni, le delusioni e i normali conflitti, adoperandosi per affrontarli e risolverli.

Si è passati da un’architettura sociale e familiare poco propensa a concedere in termini di libertà ad un assetto così permissivo da elargire ai figli, per la prima volta nella storia dell’umanità, godimento precoce, che poi diventerà eccesso, dismisura ed infine inevitabilmente rischio (avete fatto caso che tutti gli spot pubblicitari reclamizzano prodotti per i giovani? Eppure i giovani rappresentano un target che non produce reddito! Apparentemente sembrerebbe una vera contraddizione).
E’ come se i bambini di una volta navigassero su piccole e insicure barchette fornite però di collaudati salvagente mentre oggi, pur navigando su panfili di lusso, dorati e appariscenti, non vi è però alcuna presenza a bordo di scialuppe di salvataggio.
Non ci sono più gli alunni di una volta, si dice, ma anche gli adulti lasciano a desiderare.
Loro, gli alunni, arrivano a scuola con il proprio panfilo dorato, ma sovente arrivano anche con l’ansia di poter affogare da un momento all’altro: senza scialuppe deve essere davvero angosciante!

I segni che generalmente evidenziano la differenza tra una “leva” ed un’altra di alunni riguardano Ogni anno sembra che bambini e ragazzi abbiano dunque meno voglia di studiare, di sacrificarsi, di ascoltare, di stare con se stessi e soprattutto di desiderare e di entusiasmarsi. Il minor rendimento scolastico, la scarsa capacità di concentrarsi e di mantenere sufficiente attenzione, la difficoltà di seguire le regole, l’ipersensibilità alla noia (quasi un dolore fisico), l’intolleranza alla frustrazione dell’attesa, l’incapacità di perseguire obiettivi progettuali e, soprattutto, la caduta della motivazione in parecchie aree della vita scolastica rappresentano i segni più evidenti.

D’altra parte, anche i rapporti con le famiglie degli alunni sono cambiati: ad un maggior interesse, quasi ossessivo, dei genitori circa il rendimento (“ha imparato a leggere mio figlio?”, “è bravo?”) corrisponde una caduta a picco dell’interesse verso altre variabili più psicologiche riguardanti il benessere dei propri figli.
Quante volte vi siete sentiti domandare “come si trova mio figlio in questa classe?” oppure “come le sembra che stia mio figlio? E’ sereno? Ha qualche problema? Lo dobbiamo aiutare? Dobbiamo essergli più vicino? Come genitori siamo troppo invadenti?”

Poi c’è il problema dei genitori. Molto spesso le famiglie sono sbrigative nel delegare il figlio al mondo della scuola, quasi fosse un’ampia area di decompressione della loro fatica e delle loro incombenze. Gli stessi genitori sono però pronti a criticare aspramente ogni gesto educativo prodotto dalla istituzione scolastica, qualora si rivelasse troppo autorevole o troppo impegnativo: talvolta una difesa d’ufficio a spada tratta stucchevole e deleteria.
Il bambino “onnipotente”, sbigottito e confuso, porta pertanto a scuola la sua rabbia e la sua inibizione, la tracotanza e la paura, trasformando presto l’impegno dello studio e la condotta in un braccio di ferro estenuante con la propria famiglia (vedi la battaglia giornaliera dei compiti a casa) e con gli insegnanti.

“Gli adulti non mi capiscono? E allora io spacco tutto, picchio i compagni, non rispetto le regole, non studio, faccio quello che voglio”.

Questo itinerario disadattato non è certo cosciente né, fortunatamente, succede sempre così.
Il più delle volte gli alunni si adattano, studiano, fanno quello che possono; sono anche sicuramente amabili, simpatici e creativi. Se non opportunamente guidati possono però deviare e stare male con molta facilità.

Forse non ci sono più gli alunni di una volta, ma è anche vero che non ci sono più gli adulti di una volta. La caduta della motivazione a scuola delle giovani generazioni è da imputare anche alla caduta dell’autorevolezza di quote crescenti di docenti (che segue a ruota la resa incondizionata di moltissimi genitori) i quali, invece di contrastare le tendenze nichiliste dei bambini e dei ragazzi, colludono troppo spesso con gli alunni (e con le loro famiglie), esercitando un eccessivo permissivismo e lassismo, pensando che non si debba più sanzionare né si debba più intervenire per correggere condotte inadeguate. E’ comprensibile che capiti questo: qualora infatti si cercasse di ripristinare regole ed autorevolezza, le famiglie sono pronte a scendere sul piede di guerra, in un’assurda quanto deleteria difesa a oltranza del povero figlio vessato.

La scuola tuttavia rimane indiscutibilmente parte della realtà ed è una realtà vissuta da tutti i giovani e i giovanissimi per molte ore al giorno e per tanti giorni all’anno.
Questa palestra di vita deve essere pertanto utilizzata al meglio per allenare tutti, alunni, genitori e docenti, a stare meglio.

La tesi di questo corso è che la scuola può favorire tale allenamento e riempire i vuoti: compensare le scarsità affettive, riattivare canali di comunicazione, ristabilire ruoli e regole, definire identità, rispecchiare i bisogni, favorire le potenzialità e premiare i talenti.

Tra disagio diffuso, frammentazione sociale e graduale disconnessione emotiva, voi docenti siete così chiamati ad avere conoscenze e ad espletare competenze e ruoli spesso estranei ai vostri curricula formativi ed ai vostri mandati professionali.
Non si troverà certo in questo corso la soluzione di ogni problema pedagogico e di ogni criticità dell’azione educativa. Tuttavia verranno affrontate le più rilevanti emergenze che possono verificarsi all’interno delle scuole, attraverso un format educativo, molto particolare, ma efficace, versatile e innovativo, in grado di prevenire trasversalmente la gran parte dei disagi vissuti oggi dagli alunni.

Il corso, lo vedrete, è corredato di schede di lavoro molto pratiche, al fine di aiutare voi docenti a lavorare in classe con maggiori competenze e soprattutto ad avere una costante visione d’insieme.
La metodologia di intervento mira a rafforzare i più adeguati fattori di protezione per una crescita equilibrata: una sorta di vaccino in grado di immunizzare bambini e ragazzi dai tanti rischi.

Le ricette (i programmi, le procedure, i metodi e gli interventi) esistono. Vanno però utilizzate al momento opportuno.
E il momento opportuno è sempre prima che la difficoltà si trasformi in atto, sintomo, devianza. Prima che la pulsione, bypassando i fragili filtri della critica e del libero arbitrio, scarichi la sua forza distruttiva.

Per questo motivo il corso è rivolto a tutti i docenti: dalla scuola dell’infanzia alla scuola secondaria di secondo grado.
La formazione dell’insegnante, in un ambito così delicato, non può essere specifica per classe d’età degli alunni, almeno questa è la nostra convinzione.

Uno sguardo comprensivo delle complesse dinamiche del crescere favorirà in tutti voi una maggiore competenza ed una maggiore chiarezza circa il vostro operato, in qualunque scuola vi troviate e con qualsiasi alunno trattate, sia esso un bambino che un adolescente.
D’altronde, come sostiene Platone, “Chi conosce l’intero è filosofo. Chi no, no”.

Qualsiasi valida pedagogia richiede oggi necessariamente un taglio preventivo e promotivo.
La chiave della prevenzione apre la porta di ogni atto educativo veramente valido ed efficace.

 

Riassunto

 

Tra figli e genitori si sta realizzando, gradualmente ma inesorabilmente, una disconnessione crescente a causa del poco tempo a disposizione. I figli crescono ovattati e forniti di una enorme quantità di beni, ma con poche opportunità di contatto. Tale solitudine interna crea difficoltà e fragilità. Considerata questa inedita situazione sociale la scuola dovrebbe porsi non soltanto come agenzia formativa, ma anche come agenzia educativa, adottando strategie di promozione del benessere e di prevenzione.

 

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